Immersi nel mondo delle biotecnologie insieme a Stefano Bertacchi
Divulgazione scientifica, biotecnologia e ricerca, è questo quello che emerge dalla figura di Stefano Bertacchi nei suoi vari canali e piattaforme. Un uomo in gamba, laureato in biotecnologie industriali che lavora anche come docente presso l'università degli studi di Milano-Bicocca. Nel 2021/2022 è stato selezionato come EU Bioeconomy Youth Ambassador dalla Commissione Europea, un ruolo che promuove la bioeconomia tra i giovani. La sua ricerca si concentra su bioraffinerie (impianto industriale che trasforma materie prime di origine biologica) basate su biomasse residuali (scarti organici non fossili) e microrganismi (come lieviti), anche usando tecniche di biologia sintetica, per produrre molecole utili a livello industriale e sostenibile.
Lei come è arrivato ad interessarsi a questo particolare campo della scienza?

Non ho un vero motivo, inizialmente volevo studiare gli animali, ma poi mi sono iscritto al corso di biotecnologie e sono rimasto affascinato sia dalla biodiversità dei microrganismi che dalle enormi potenzialità della modificazione genetica. Inoltre, è un ambito estremamente trasversale, quindi riesce ad abbracciare tante discipline.
Lei in passato è stato nominato 'EU Bioeconomy Youth Ambassador': può spiegare, ad un giovane che non ne sappia nulla, di cosa si occupa il suo settore di studi?
Tra il 2022 e il 2024 ho avuto il mandato come EU Bioeconomy Youth Ambassador dalla Commissione Europea, lavorando a stretto contatto con il tema della Bioeconomia del DG RTD (Ricerca, tecnologia e sviluppo). La bioeconomia è essenzialmente tutto il settore economico che coinvolge l'uso delle biomasse, ovvero materiale organico come piante, animali e microrganismi. Questo vuol dire che sono compresi settori quali agricoltura, produzione dei mobili, della carta, del cibo, di molti vestiti, ma anche di energia e materiali. Il mio ambito di ricerca sono le biotecnologie industriali, in quanto sviluppo processi basati sull'uso di biomasse e microrganismi (spesso geneticamente modificati) per la produzione di molecole di interesse commerciale.
Lei ha scritto per la collana: “50 grandi idee” il volume “Biotecnologie”. Ci può citare un’idea delle biotecnologie particolarmente affascinante e importante per il nostro futuro?
Sicuramente la bioinformatica ha un ruolo sempre più importante, in quanto ci permette di compiere simulazioni al computer molto velocemente e con una quantità di combinazioni diverse che non sarebbero umanamente possibili da riproporre in laboratorio. Questo permette di risparmiare molto tempo, facendo una selezione iniziale delle opzioni disponibili. Ovviamente l'intelligenza artificiale sta rivoluzionando anche questo campo.
Sui social l’informazione scientifica deve fare i conti con fake news, pseudoscienza e informazioni poco fondate. Lei nei suoi libri si è occupato di un settore, quello degli OGM, su cui è difficile sentir parlare con equilibrio e di un altro, quello della plastica, dichiarando già nel titolo che quello che il lettore sa è generalmente sbagliato. Quale consiglio darebbe ai giovani che vogliono informarsi correttamente su questi e altri argomenti?
Non è semplice informarsi correttamente nel grande oceano di informazioni disponibili. Certamente un modo ottimo per iniziare è partire da fonti istituzionali, per esempio regolamentazioni europee, che ci permettono di capire meglio definizioni e come funziona un determinato settore. E poi prediligere comunicatori e giornalisti che non si lasciano abbindolare da facili sensazionalismi, ma piuttosto partono da fonti come quelle di cui sopra per argomentare.
In uno dei suoi ultimi libri, “Una giornata con i microrganismi” il suo campo ha allargato il suo pubblico, rivolgendosi, ad un pubblico decisamente più giovane. Perché lo ha voluto scrivere per i più piccoli? Altrimenti a quale pubblico sceglie di rivolgersi generalmente?
Normalmente mi rivolgo a un pubblico generale senza una fascia ben precisa, sicuramente curiosi della scienza come punto di partenza. Anche perché con libri e social media spesso è difficile colpire una singola fascia della popolazione. Detto questo ho voluto esplorare l'editoria per bambini perché mi piacciono sempre le nuove sfide, e ho pensato fosse importante portare questi temi anche ai più piccoli. La microbiologia è una scienza non semplice da spiegare, in quanto i suoi protagonisti sono invisibili, ma i loro effetti sono evidenti.
Siamo contenti di aver potuto approfondire anche questo campo e ringraziamo Stefano Bertacchi per la sua disponibilità!
Rachel
Quello che sai sulla plastica è sbagliato

Capire è meglio che demonizzare
“Nella vita ci sono poche certezze: una è che tutti dobbiamo morire, l’altra è che nelle ultime ventiquattr'ore abbiamo avuto a che fare con almeno una decina di plastiche differenti”.
Io aggiungerei un’altra certezza: quella che capirci qualche cosa è più complicato del previsto. Infatti, non esiste una plastica, ma tante plastiche, cosa che, quando è ora di smaltirle, complica non di poco la scelta del contenitore in cui conferirle. “Se si chiama bio-plastica si potrà mettere nel compostabile, vero?” Nel libro scopri che è falso o, almeno, che non è sempre vero. “Allora la metto sempre nella plastica e risolvo”. No, non sempre: molta plastica, praticamente tutta quella non da incartamenti, non va lì, ma nell’indifferenziato. “Potremmo allora semplicemente eliminarla?” Non se ne parla proprio.
Fin dalla sua nascita la plastica è nata dalla necessità di sostituire materiali più rari e preziosi; la prima, la celluloide, è stata inventata per sostituire il costosissimo e rarissimo avorio con cui erano fatte le palle da biliardo. Non solo non sarà quindi possibile sostituirla, ma si prevede che ne sarà prodotta sempre di più, con un raddoppio della quantità attuale entro il 2050. Quindi il problema è come la gestiamo.
L’uomo fin qui si è comportato un po’ come gli insegnanti dicono si comportino molti alunni: “Bravo ma non si applica”. È bravo a trovare soluzioni economicamente convenienti, ma meno a gestirle in modo compatibile con l’ambiente. Eppure, questo è il nodo del problema. Non tanto quanta ne produciamo, non abbiamo molta scelta, ma come la gestiamo. Dobbiamo, in scala d’importanza, capire come produrne meno, poi come renderla riutilizzabile, poi riciclarla, eventualmente termovalorizzarla e infine, solo come ultima possibilità, inviarla correttamente in discarica senza disperderla nell’ambiente.
Alla fine della lettura del libro una cosa è chiara: demonizzarla è inutile e decisamente più importante è capire come gestirla.
Ultima revisione il 13-03-2026
