Shoah e arte: raccontare l’indicibile
Io chiedo quando sarà
Che l'uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare”
Francesco Guccini, Testo di Auschwitz © Universal Music Publishing Group 1967
L’indicibile orrore e la necessità di raccontare
«Dopo Auschwitz scrivere una poesia è un atto barbaro», affermò il filosofo Theodor Adorno, esprimendo il senso di smarrimento che seguì alla Shoah. Come raccontare un orrore che sembra superare i limiti dell’umano? Come dare voce a milioni di persone ridotte al silenzio?
Eppure, proprio da quel silenzio è nata una delle più grandi urgenze morali del Novecento: quella di ricordare e di trasformare la memoria in racconto, il dolore in testimonianza.
La Shoah non è solo un evento storico, è una ferita aperta della coscienza europea. Milioni di vite spezzate, famiglie cancellate, comunità distrutte. Pertanto la parola “Shoah” rappresenta anche un monito per il futuro, come ricordava Primo Levi:
«È avvenuto, quindi può accadere di nuovo. Questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.»
Eppure, la memoria non può sopravvivere solo nei libri di storia o nei monumenti. Deve trovare linguaggi nuovi, capaci di parlare ai cuori e alle menti delle nuove generazioni. È qui che entra in gioco l’arte, in tutte le sue forme: parola, immagine, musica, cinema.
L’arte diventa ponte tra passato e futuro, strumento per “dire l’indicibile” e per trasformare il ricordo in una forma di cittadinanza attiva.
La letteratura come voce dei testimoni
La prima voce che ha raccontato l’orrore è stata quella dei sopravvissuti. La letteratura, più di ogni altra arte, ha dato forma e spazio alla testimonianza diretta.

Primo Levi, con Se questo è un uomo, ha offerto al mondo un racconto di vita nei campi e un documento morale. Con uno stile limpido e sobrio, Levi ha restituito dignità alla parola, cercando di comprendere senza odio, di spiegare senza giustificare:
«Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore.»
Nelle sue pagine, l’arte della scrittura diventa un atto di resistenza alla disumanizzazione. Levi non scrive per vendetta, ma per necessità etica: il fine è trasformare la sofferenza in memoria condivisa.
Anche Anna Frank, nel suo Diario, ci ricorda che la letteratura può rendere eterno ciò che il tempo vorrebbe cancellare. Le sue parole, scritte in un nascondiglio di Amsterdam, parlano ancora oggi ai giovani:
«Penso che tutto finirà bene, che questa crudeltà cesserà e che la pace e la tranquillità torneranno nel mondo.»
Attraverso le sue pagine, la speranza non muore nemmeno nell’ombra più fitta.
Accanto a loro, Elie Wiesel, con La notte, ha mostrato il volto dell’orrore, ma anche il dovere della parola:
«Scrivere è ricordare, e ricordare è non morire.»
Queste voci testimoniano che la scrittura non è solo narrazione, ma anche e soprattutto un atto di sopravvivenza morale. Quando il linguaggio sembra fallire, l’arte letteraria diventa una forma di ricostruzione dell’umanità.
Il cinema: l’immagine che accende la memoria
Se la letteratura parla alla coscienza, il cinema parla alle emozioni. Le immagini possono superare i limiti della parola, toccando il pubblico in modo diretto e universale.

Nel 1993 Steven Spielberg, con Schindler’s List, ha realizzato un capolavoro che ha saputo unire rigore storico e forza emotiva. Girato in bianco e nero, come fosse un documento d’archivio, il film racconta la storia di Oscar Schindler, imprenditore tedesco che salvò più di mille ebrei.
In mezzo alla desolazione appare una sola macchia di colore: una bambina con il cappotto rosso, simbolo dell’innocenza perduta. L’immagine di quella bambina è diventata un’icona della memoria: rappresenta non solo una vittima, ma tutti i bambini cancellati dall’odio.
Anche il cinema italiano ha saputo dare voce alla Shoah, con una sensibilità diversa e altrettanto potente. Roberto Benigni, nel 1997, con La vita è bella, ha scelto la via del sorriso, della tenerezza e dell’immaginazione. Guido, il protagonista, inventa un gioco per proteggere il figlio dall’orrore del campo. Una storia che unisce tragedia e poesia, mostrando che perfino nell’abisso è possibile un gesto d’amore, un’illusione salvifica.
Non si tratta di una negazione della realtà, ma di un atto di resistenza umana. La fantasia come ultimo rifugio della dignità. Il cinema, dunque, diventa memoria condivisa. Le sue immagini educano, emozionano, fanno riflettere. Nelle scuole, nei viaggi della memoria e nei memoriali questi film continuano a raccontare quanto accaduto a chi non c’era, trasformando lo spettatore in testimone.
Musica e disegno: la bellezza come forma di resistenza
L’orrore è stato raccontato anche attraverso l’arte visiva e la musica hanno trovato il modo di raccontare l’orrore. Nei campi di concentramento, laddove tutto sembrava negare la vita, gli esseri umani continuarono a creare, a disegnare, a cantare. Era il loro modo di resistere, di non cedere completamente alla barbarie
I disegni dei bambini del ghetto di Terezin, conservati oggi nei musei della memoria, costituiscono una delle testimonianze più commoventi: piccoli paesaggi colorati, sogni di libertà, visioni di case e giardini. In quei fogli fragili sopravvive l’infanzia che il nazismo ha tentato di cancellare.

Liliana Segre, testimone italiana della Shoah afferma: “L’odio è un veleno che non muore mai, ma anche la speranza può essere eterna, se qualcuno la coltiva.”
La musica di Viktor Ullmann e Gideon Klein, internati a Terezin, continuarono a scrivere opere, sonate e canzoni. Molti morirono ad Auschwitz, ma la loro musica è giunta fino a noi, testimoniando che persino nell’abisso si può creare bellezza.
Oggi, l’arte contemporanea continua su questo percorso. Le installazioni multimediali nei musei della memoria, le mostre fotografiche come quelle di Luigi Toscano o i murales urbani che ricordano i deportati locali trasformano le città in luoghi di riflessione. Ogni forma artistica diventa una voce che rompe il silenzio e invita a guardare il passato con occhi nuovi.
L’arte, in queste forme, non fu solo un modo per esprimere il dolore, ma una dichiarazione d’esistenza: “Noi siamo ancora umani”. Oggi, nei musei e nei memoriali, quelle opere vivono come messaggi di speranza e dignità, rivolti a chiunque voglia ascoltarli.
Il compito dell’arte oggi: educare alla memoria e alla responsabilità
Nel XXI secolo, il rischio più grande è quello dell’oblio. I testimoni diretti stanno scomparendo e la memoria rischia di trasformarsi in semplice ricorrenza. Ecco perché l’arte continua a essere fondamentale per educare le nuove generazioni. Attraverso l’emozione e la bellezza, l’arte riesce a trasmettere ciò che la cronaca o il manuale non possono dire e a intercettare coloro che questi ultimi non riescono a raggiungere.
Luoghi come il Memoriale della Shoah di Milano, costruito sul Binario 21 da cui partivano i treni verso i campi di sterminio, rappresentano un esempio di “arte civile”. Lì, il silenzio, le luci e lo spazio architettonico si fanno linguaggio.

Visitare quel luogo significa entrare in contatto con la memoria attraverso il corpo e i sensi: si scende nel buio, si ascoltano le testimonianze, si comprende che la storia continua a interrogarci quotidianamente. Analogamente, esperienze come il Treno della Memoria - che ogni anno accompagna centinaia di studenti nei luoghi dello sterminio, fino ad Auschwitz - trasformano il viaggio in un percorso di consapevolezza. Non si tratta solo di vedere, ma di comprendere e sentire. Al ritorno, molti ragazzi diventano “ambasciatori della memoria”, raccontando quanto visto ai compagni, alle famiglie, alla comunità. In questo senso, la memoria diventa parte della cittadinanza attiva: ricordare non è un gesto del passato, ma un impegno nel presente. Sempre Liliana Segre affermava:
«La memoria non è un museo. È una cosa viva, che cammina con noi, che ci guarda e ci giudica.»
Conclusione: l’arte, un’eredità viva della memoria
La Shoah ha consegnato all’umanità domande a cui non si può sfuggire: come raccontare l’indicibile? Come impedire che accada di nuovo? L’arte, in tutte le sue forme, offre una risposta: non spiega, ma trasmette; non cancella il dolore, ma lo trasforma in coscienza. Ogni libro letto, ogni film visto, ogni opera osservata costituisce un modo per dire “io ricordo”. E ricordare significa scegliere da che parte stare, oggi come allora. Le nuove generazioni sono chiamate non solo a conservare la memoria, ma anche e soprattutto a renderla viva, attuale e presente. Visitare un memoriale, ascoltare una testimonianza, scrivere, disegnare o suonare sono tutti modi per costruire un futuro diverso. Come scriveva Primo Levi:
«Comprendere è impossibile, ma conoscere è necessario.»
Conoscere attraverso l’arte significa diventare cittadini consapevoli, capaci di riconoscere l’ingiustizia e difendere la dignità umana.
Perché la memoria della Shoah non appartiene solo al passato: vive in ogni gesto, in ogni parola, in ogni opera che, con coraggio, continua a raccontare ciò che non deve mai essere dimenticato.
Memoria e futuro: il ruolo dei giovani testimoni
Oggi noi giovani ci troviamo in un momento di passaggio. Non abbiamo vissuto la guerra, ma ne ereditiamo ombre e lezioni. Il nostro compito è raccogliere la voce dei testimoni e trasformarla in azione. Ogni volta che partecipiamo a un progetto di memoria, ogni volta che leggiamo Levi o guardiamo un film come Schindler’s List, stiamo scegliendo di non rimanere indifferenti. La Shoah insegna che l’odio nasce dall’indifferenza, dal voltarsi dall’altra parte. L’arte, invece, ci obbliga a guardare, a sentire, a immedesimarci. È proprio questa la sua forza educativa: ci trasforma da spettatori in partecipanti della memoria. Il Treno della Memoria o le visite al Memoriale di Milano sono esperienze che cambiano lo sguardo. Chi vi partecipa non dimentica più il silenzio di quei luoghi, i binari che partono verso l’ignoto, i nomi incisi sul muro. Questi momenti diventano parte della nostra identità civica, ci rendono consapevoli di quanto sia fragile la libertà, ma anche di quanto sia preziosa. Essere giovani oggi significa custodire questa eredità e proiettarla nel futuro. La memoria non può restare confinata nel passato, deve vivere nel presente attraverso l’impegno, la cultura, il rispetto. Ogni gesto di solidarietà, ogni parola contro l’odio, ogni atto di giustizia è una forma di arte civile, una continuazione del racconto iniziato dai sopravvissuti. Così la memoria diventa futuro e il futuro diventa memoria.
E noi, eredi di quella storia, possiamo finalmente dire di aver compreso ciò che Primo Levi voleva insegnarci: ricordare non è un obbligo, è un atto d’amore verso l’umanità.
La staffetta della memoria
Affrontare il tema della Shoah attraverso l’arte mi ha messo davanti a qualcosa di più grande di me: il peso della memoria e la responsabilità di mantenerla viva. Mi sono chiesta spesso come reagirei se mi trovassi in un tempo in cui la libertà viene negata, se avrei il coraggio di scegliere il bene quando tutto intorno spinge al silenzio. Studiare queste vicende mi ha fatto capire che il male non nasce all’improvviso, ma cresce lentamente, ogni volta che ci si abitua all’ingiustizia o si distoglie lo sguardo. Guardare i volti dei deportati, ascoltare le parole dei sopravvissuti, leggere i loro diari mi ha fatto provare un senso di vicinanza e di vergogna allo stesso tempo: vicinanza per l’umanità che resiste, vergogna per quella parte dell’uomo che ha permesso tutto questo. Ma è proprio da questa contraddizione che nasce la consapevolezza. Credo che oggi la memoria non sia solo un ricordo, ma una scelta quotidiana: il modo in cui parliamo degli altri, il rispetto che dimostriamo, la capacità di opporci alle parole d’odio anche quando sembrano piccole. L’arte mi ha insegnato che la bellezza può essere una forma di resistenza e che ogni gesto umano, anche minimo, può diventare testimonianza. In un tempo in cui tutto scorre veloce e la memoria rischia di svanire, mi sento parte di una staffetta: qualcuno prima di noi ha raccontato, ora tocca a noi ascoltare e continuare quel racconto. Non per dovere, ma per riconoscenza. Perché solo chi ricorda davvero può costruire un futuro libero.
Bibliografia e fonti
Adorno T. Cultura e Società, Einaudi, Torino, 1970
Arendt H. La banalità del male, Feltrinelli, Milano, 1999
Frank A. Il diario di Anne Frank, Einaudi, Torino, 2016
Friedländer S. L’olocausto e la cultura dell’occidente, Einaudi, Torino, 2004
Levi P. I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 1986
Levi P. Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1958
Mentana E, Segre L. La memoria rende liberi. La vita interrotta di una bambina nella Shoah, Rizzoli, Milano, 2015
Wiesel E. La notte, Giuntina, Milano, 2017
Benigni R. (regia), La vita è bella, Italia, 1997
Spielberg S. (regia), Schindler’s List, Usa, 1993
Fonti digitali e memoriali
Memoriale della Shoah di Milano, sito ufficiale: https://www.memorialeshoah.it Consultato per informazioni sul Binario 21 e sulle iniziative educative.
Treno della Memoria, sito ufficiale: https://www.trenodellamemoria.it Consultato per la descrizione del progetto educativo e testimonianze dei partecipanti.
Caterina Perino, Liceo del Cossatese e Vallestrona, Scienze Umane 4G
Insegnanti: Marrone Giuseppe e Michele Petruzzo
Indice
L’indicibile orrore e la necessità di raccontare
La letteratura come testimonianza
Il cinema: l’immagine che accende la memoria
Musica e disegno: la bellezza come forma di resistenza.
Il compito dell’arte oggi: educare alla memoria e alla responsabilità
Conclusione: l’arte, un’eredità viva della memoria
Memoria e futuro: il ruolo dei giovani testimoni
Bibliografia e fonti
Ultima revisione il 27-01-2026
