Il valore della competizione

Francesca riflette su un tema importante per ogni sportivo

In questi giorni i classe la docente di lettere ha assegnato un tema sul valore della competizione. Francesca Crucitti, premiata oggi come atleta studente, ha proposto una riflessione personale ed interessante su un argomento fondamentale nella vita di ogni sportivo.

Crucitti Francesca Competizione

Quando penso alla competizione la prima cosa che mi viene in mente è lo sport, questo perché con l'agonismo in campo sportivo convivo da quando ho memoria. In tutti le discipline che ho praticato, dalla ginnastica artistica al karate, ho sempre cercato in qualche modo di brillare, di distinguermi; riflettendoci, ho compreso che la competitività e l'agonismo in me sono innati, intrinseci al mio essere e per questo si presentano ogni volta in cui sento di voler dimostrare a me stessa e agli altri quanto valgo.

Nello mio campo, quello dello sport, lo spirito competitivo e il mettersi in gioco sono una forza motrice importantissima; portano a spingersi oltre, a dare il massimo per superarsi ogni volta. La competizione porta "fame"; fame di vittoria, fame di miglioramento e fame di spingersi al limite per provare nuove sensazioni. Come conseguenza un altro frutto dello spirito competitivo è la spinta a scoprire cose nuove; la scoperta non riguarda esclusivamente le sensazioni, ma anche l’incontro di nuovi avversari, che usano schemi e tattiche completamente diversi dai propri e riguarda la scoperta di nuove città e paesi che, grazie a gare sempre di più alto livello, si visitano girando il mondo. Ma non solo, riguarda anche la scoperta di se stessi, dei propri punti di forza e delle proprie debolezze.

E infine, se le condizioni fisiche e psicologiche lo permettono, la competizione e lo stimolo fornito dall'agonismo portano come risultato ad un premio, che può essere sia una medaglia sia una parola di soddisfazione pronunciata dal proprio coach o dai propri genitori. Queste sono la miglior sensazione che un atleta può provare ed è proprio la ricerca di quella sensazione che personalmente mi spinge a voler tornare in palestra a lavorare per affrontare la gara successiva sempre ancora meglio della precedente.

Purtroppo, però c'è un'altra faccia della medaglia, una faccia nascosta che ogni atleta cerca di celare e scacciare. L'agonismo è lo stimolo più grande per un atleta ma è anche, se dosato nel modo sbagliato, il suo peggior nemico. Se è vero che l'agonismo porta a superare i propri limiti, è anche vero che talvolta i limiti vengono oltrepassati nel modo sbagliato e l'atleta non riesce a comprendere quando fermarsi perché è giusto per il suo corpo e per la sua mente. Di esempi ce ne sono moltissimi, il più recente è legato ad un fatto avvenuto alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina, dove un'atleta è stata costretta a ritirarsi per un terribile infortunio alla gamba. L'atleta era a conoscenza della possibilità di incidente già ben prima della competizione, ma aveva scelto comunque di correre il rischio. Questo purtroppo nel mondo dello sport è la normalità, conosco fin troppi atleti che nonostante infortuni e il rischio di contrarne, scelgono comunque di gareggiare.

Anche a me personalmente è capitato più volte; la più rischiosa è stata al Campionato Europeo 2025 in Polonia, dove ho gareggiato con il pericolo di ritrovarmi con una spalla lussata. Tutto è andato bene fino a poco prima della finale, quando la spalla si è scomposta;  mi sono rifiutata di lasciare sole le mie compagne di squadra e tornare a casa a mani vuote e ho chiesto al fisioterapista di rimettere la spalla a posto, fasciarla e di darmi il permesso di gareggiare. Abbiamo vinto il bronzo, ma ho corso un rischio altissimo. Non lo racconto per dimostrare di possedere lo "spirito dell'atleta" che non molla mai, uno stereotipo terribile assolutamente falso; ho scelto di gareggiare perché non mi sarei permessa di tornare a casa a mani vuote dopo tutti i sacrifici che io e la mia squadra avevamo fatto, perciò ho preferito rischiare un intervento, piuttosto che deludere le aspettative della Federazione Nazionale e di chi, a casa, tifava per me.

È proprio questo un altro lato negativo della competizione. Quando un’atleta inizia a competere non per se stesso, ma per rispettare le aspettative di altri, può capitare che questa pressione diventi troppo alta ed allora si rimane terribilmente soli; ci si sente intrappolati e sembra che nessuno possa capirti, ascoltarti, aiutarti. L’unico pensiero dell’atleta a quel punto è ottenere il risultato, con qualsiasi mezzo e metodo; questo porta inevitabilmente a ad andare oltre, a spingersi al di là dei propri limiti.

Questi pensieri e sentimenti sono come una spirale da cui, una volta che si è entrati, è molto difficile uscire; la competizione non è più solo contro gli avversari di quell’evento, ma è contro tutti, anche contro se stessi, ed è proprio questo il motivo per cui ci sente soli e persi. Non è impossibile reagire, però bisogna imparare a gestire le proprie emozioni e usale nel modo giusto per trasformare la competizione, che si è rivelata un’arma a doppio taglio, in una spinta positiva. Il trucco è trovare equilibrio tra la fame di vittoria ed il proprio corpo, tra le aspettative proprie e quelle degli altri, tra il riposo e l’allenamento. L’equilibrio è come una forza regolatrice che agisce sia nella carriera sportiva, sia nella vita: se si perde questo centro come conseguenza anche il resto decade.

In conclusione, finchè la competizione è sana può portare molti effetti positivi. Quando invece si perde il controllo bisogna uscire dalla spirale negativa e ritrovare l’equilibrio, anche chiedendo aiuto, parlandone con gli altri, ma, soprattutto, guardando dentro se stessi.

 

Ultima revisione il 07-05-2026