Greta, laureata a Padova in Psicologia Sociale

Solo esplorando si può comprendere cosa ci piace

 Nuova protagonista della rubrica “i laureati” è Schiavon Greta ex studentessa del liceo ora laureata triennale all’Università degli studi di Trento in Scienze e tecniche di psicologia cognitiva e laureata magistrale all’Università degli studi di Padova in Psicologia sociale, del lavoro e della comunicazione.

La sua tesi magistrale si è fondata sullo studio di una azienda con lo scopo di indagare l’impatto dello stile di leadership e delle caratteristiche personali dei lavoratori sulla cultura organizzativa e conseguentemente sull’identificazione con l’azienda e le intenzioni di turnover.

Schiavon Greta

Come sei arrivata a scegliere questo percorso di studi? Hai sempre saputo che sarebbe stato questo, l’hai capito facendo un’esperienza particolare, ti ha aiutato il racconto di qualcuno o un’attività di orientamento?

Ho scelto questo percorso per caso. L’ultimo anno di liceo ero molto confusa su chi volessi diventare e cosa volessi fare. Per farti capire la mia indecisione: stavo contemporaneamente considerando design del prodotto industriale, psicologia, filosofia, biologia e un’accademia di teatro. Alla fine, ho scelto per psicologia cognitiva perché il mio sogno era quello di diventare una neuroscienziata: mi sembrava potesse essere il giusto compromesso fra la mia tendenza a filosofeggiare e il mio interesse per la biologia. Così mi sono trasferita a Trento che garantiva sin dalla triennale un percorso centrato sulle neuroscienze e quindi un accesso facilitato alla loro magistrale molto prestigiosa. Ho iniziato piena di dubbi. Mi sono buttata: ho fatto un’esperienza di ricerca all’interno del dipartimento di psicologia per capire meglio cosa volesse dire lavorare in questo ambito. Durante la pandemia, lontana dal laboratorio, di fronte ad un dataset infinito, ho capito che questa non era proprio la mia strada. Immagina la mia confusione ora! Nel frattempo, mi ero appassionata alla psicologia sociale e del lavoro ma, prima di buttarmi anima e corpo in un percorso magistrale centrato su queste materie, ho deciso di fare un tirocinio all’interno di una agenzia per il lavoro per comprendere se effettivamente potesse piacermi. Mi è piaciuto molto e quindi eccomi di nuovo con le valigie in mano per andare a Padova.

Le mie scelte di università sono sempre state fondate sul prestigio della facoltà e la presenza di tirocini obbligatori all’interno del piano di studi. Sono sempre le esperienze dirette che mi hanno permesso alla fine di prendere le decisioni giuste. Il mio consiglio è quello di buttarsi sempre in nuove esperienze, le più disparate, quelle che in quel momento vi attirano, non importa che siano strettamente coerenti con il percorso che pensate di stare facendo: solo esplorando si può comprendere cosa ci piace.

E adesso che hai finito cosa ne dici: è stata la scelta giusta? Perché?

Sì, è stata la scelta giusta. È stato giusto anche cambiare idea durante il viaggio. L’università insegna, oltre che tante nozioni, una struttura di pensiero, un modo di ragionare, e in relazione alla facoltà questo cambia leggermente. La triennale mi ha insegnato ad essere critica verso la realtà e che prima di affermare qualcosa bisogna verificare che sia corretta raccogliendo e analizzando dati. La magistrale, invece, mi ha insegnato che ogni azione ha impatti su moltissimi livelli e quindi serve riflettere approfonditamente prima di agire. Il percorso è quello giusto perché mi piace la persona che sono diventata e perché, avendo avuto la fortuna di iniziare a lavorare subito nel mio campo, ho avuto la conferma che questo sia il percorso giusto per me. Il lavoro che faccio mi piace e mi dà grandi soddisfazioni.

A chi consiglieresti e a chi la sconsiglieresti?

Questa è una domanda difficile…

La psicologia ha mille sfaccettature che conducono a percorsi molto diversi quindi una risposta univoca è limitante. Posso dare dei consigli solo su quello che ho visto.

Consiglierei il percorso delle neuroscienze a chi vuole scoprire come funziona il cervello. A chi ha interesse conoscitivo del cervello. In questo campo serve molta passione per la materia in sé perché spesso gli impatti sulla realtà che ci circonda sono ad oggi assenti. Il mondo della ricerca in psicologia è molto diverso da quello che mi immaginavo all’inizio: non è come in fisica dove fai cadere una pallina e puoi vedere direttamente cosa accade. In psicologia non puoi aprire il cervello delle persone per vedere cosa accade, e spesso anche così rimarrebbe invisibile. Quindi si dà un input, si guarda cosa fa la persona e in base a questo si prova ad ipotizzare cosa sia successo internamente.

Lo sconsiglierei di conseguenza a chiunque voglia vedere l’impatto che genera sulla realtà, a chi vuole vedere direttamente cosa ha cambiato con la propria azione.

Per quanto riguarda psicologia del lavoro, la consiglierei a chiunque piacerebbe in futuro lavorare nei gruppi per farli crescere; a chi interessa come le persone stiano sul lavoro e a chi vuole vedere le persone crescere professionalmente. Serve sapersi relazionare con persone molto diverse che ricoprono posizioni diverse dentro l’azienda, quindi, sono sicuramente necessari un po’ “di pelo” e di estroversione (ma non vi preoccupate, con il tempo si impara tutto).

La sconsiglierei a chi è interessato a curare le persone, questo focus è più della psicologia clinica.

Cosa non ti era stato detto e sarebbe meglio sapere sul tuo percorso universitario?

In realtà mi era stato detto molto ma non lo avevo veramente capito. Per esempio, mi era stato detto che psicologia è una facoltà molto più scientifica di quello che si pensi ed effettivamente i corsi di statistica sono parecchi, soprattutto se si opta per il percorso della psicologia cognitiva e quindi delle neuroscienze. Una cosa che non mi era stata detta era come funzionava il mondo della ricerca, ma penso che l’unico modo per capire veramente se possa piacere o no, sia quello di provarla.

Oggi si parla molto dei costi crescenti, specialmente quelli degli affitti. Nella tua sede universitaria questo problema era presente?

A Trento il problema non era ancora emerso. A Padova, invece, i problemi sono molti al momento, gli studenti fanno molta fatica a trovare un appartamento e a trovarlo ad un prezzo accessibile. Il comune sta iniziando la costruzione di nuovi collegi per arginare il problema. Al momento una stanza singola in appartamento condiviso costa fra i 350 e 400 euro spese escluse. Non siamo ai livelli di Milano ma la situazione è comunque critica.

È un percorso che richiede molti sacrifici? Si riesce a studiare ed avere del tempo per se stessi?

Penso che la risposta vari molto da persona a persona. Tendenzialmente si riesce ad avere tempo per se stessi. Certo, serve organizzarsi bene soprattutto durante il periodo degli esami. Il sacrificio più grande però è in termini di anni di studio: se si vuole diventare psicoterapeuti, è necessario frequentare, dopo la magistrale, una scuola di specializzazione che solitamente dura 4 anni. Inoltre, solo con la triennale, non si è riconosciuti come psicologi, quindi, è praticamente obbligatorio continuare con la magistrale. Quindi solitamente serve investire molto tempo prima di poter veramente esercitare la professione.

Il tuo titolo di studi a quali prospettive di lavoro apre?

Ogni percorso magistrale in psicologia apre alla possibilità di iscriversi all’albo A degli psicologi e successivamente di frequentare una scuola di specializzazione per diventare psicoterapeuti (quello che ognuno di noi chiama comunemente psicologo: con i pazienti, il lettino e tutto il resto).

Come psicologa del lavoro posso invece lavorare nel dipartimento delle risorse umane di qualsiasi azienda occupandomi di selezione, formazione, amministrazione del personale, employer branding, welfare, ecc. Un’altra via è quella di lavorare come consulente, libera professionista o all’interno di una azienda, specializzata in ognuno dei sotto-aspetti di cui sopra. La differenza sta nel punto di vista: lavorando internamente ad un’azienda vedi il problema da dentro e puoi seguire i progetti dalla A alla Z; come consulente invece entri in contatto con l’azienda in un momento di difficoltà per supportarla su uno specifico aspetto.

Un’altra possibile via è quella del counseling o coaching, sono leggermente diversi ma fondamentalmente il counselor e il coach aiutano la singola persona a crescere e a stare meglio. La differenza con lo psicoterapeuta è che lo psicoterapeuta cura, è come se colmasse un buco; il counselor/coach, invece, costruisce una torre su un terreno già spianato, magari ci sono dei buchini qua e là ma lui non se ne occupa.

E tu in particolare a cosa punti?

Per il momento mi piace la parte consulenziale in ambito di formazione perché mi dà modo di vedere situazioni, contesti molto diversi e posso essere parte del processo di crescita delle persone. In futuro, mi piacerebbe fare la scuola di specializzazione che vedo come un completamento della mia figura professionale, indipendentemente dal fatto che decida o no di fare psicoterapia.

Non escludo però che i miei piani possano cambiare in direzioni ancora a me sconosciute.

Qui a scuola avevi recitato nel gruppo teatrale: che ricordo hai di questa esperienza? Hai ancora trovato il tempo di coltivare questa passione?

Ne conservo un ricordo bellissimo. Il teatro mi è sempre piaciuto e penso che tra l’altro dia degli insegnamenti utili per la vita personale e anche e soprattutto per il mio lavoro come formatrice. Ho sempre cercato corsi di teatro senza riuscire mai a frequentarne uno. Quest’anno, per la prima volta dopo anni, sto frequentando un corso di improvvisazione teatrale che mi piace e diverte molto.

 Ringraziamo Greta per la disponibilità e per la sua collaborazione e le auguriamo il meglio per il suo futuro.

Beatrice B.

Ultima revisione il 29-01-2026