Pubblichiamo la seconda riflessione su come le conquiste della scienza hanno modificato il nostro modo di guardare verso le stelle.

 

Lo spazio: quanto fascino ha suscitato nel corso della storia umana? Quel mondo scuro, misterioso, alle volte anche spaventoso, ha attratto e attrae miliardi di uomini, i quali si ritrovano, consapevolmente o inconsapevolmente, a puntare gli occhi al cielo, a domandarsi quale sia l’origine della cupola di oscurità puntinata da abbaglianti luci distesa sopra le loro teste. Dalla preistoria all’età moderna, dall’illustre pensatore all’uomo comune; tutti accomunati dalla stessa potente attrazione e talvolta ossessione nei confronti di quel mondo sconosciuto chiamato universo.

Si potrebbe obiettare che, viste le esplorazioni spaziali e le conoscenze sull’universo acquisite a cavallo tra il ventesimo e il ventunesimo secolo, quel mondo popolato da stelle e pianeti non sia più così sconosciuto. Ma l’essere umano vuole davvero considerarsi così presuntuoso da ritenere di conoscere almeno in minima parte i meccanismi e gli equilibri di un elemento sostanzialmente infinito nello spazio e nel tempo? Davvero l’uomo, così piccolo, così fragile, così umano, pretende di voler padroneggiare le leggi di un organismo infinito, possente, sovrumano? Ritiene realmente, per riprendere la tesi della Ortese, che la conquista di una parte dello spazio, una goccia nell’oceano, possa privare il cielo stellato del suo fascino? O che, riprendendo la tesi di Calvino, le “immagini lattiginose e bucherellate che i razzi trasmettono” siano poi così diverse da quell’immagine convenzionale e stereotipata della luna tanto cara ai poeti?

L’uomo primitivo, pur nella sua arretratezza, definiva l’universo in modo semplice seppur vero: un elemento sconfinato dai caratteri sovrannaturali, sconosciuto ed incomprensibile all’uomo. È infatti innegabile come l’essere umano, nella sua finitezza, non possa conoscere qualcosa di infinito. Nonostante ciò, la specie umana, irrimediabilmente tesa al superamento dei suoi limiti, ha sempre cercato di scalfire la superficie di quel grande masso che è l’universo, nel tentativo vano di ottenere qualche fallace informazione su di esso. Galileo nel 1600, Stephen Hawking e Albert Einstein nel 1900, solo per citare alcuni studiosi; ma innanzitutto uomini, tra i più emblematici nella storia dell’astronomia, la cui opera di ricerca è stata indubbiamente encomiabile e degna di nota, ma vana. A quale pro, infatti, dedicare la propria vita all’elaborazione di leggi e principi validi sì per parte dell’universo, ma sicuramente non per la totalità di esso? Perchéé concentrarsi così tanto sulla ricerca astronomica, sulla conoscenza dello spazio, quando non si arriva nemmeno a conoscere la propria interiorità e il mondo circostante? Perchéé recarsi su Marte invece di risolvere i problemi presenti sulla Terra, ormai alla deriva?

Si può, tuttavia, individuare un senso ultimo, seppur molto vago, nell’esplorazione dello spazio? La mia risposta a questa domanda è sí. O meglio, la mia domanda trova risposta nella canzone di David Bowie del 1969 “”. Il maggiore Tom, partito per un’esplorazione nello spazio, una volta raggiunta la sua meta ed uscito dalla sua navicella, fluttua tra gli astri, rendendosi conto di come sia le stelle che la Terra gli appaiano profondamente diverse dalla visione “terrestre” alla quale era abituato. Il maggiore Tom si accorge anche della sua piccolezza, del suo essere insignificante davanti alla grandezza celeste, davanti a quegli astri che risplendono da migliaia di anni. È una situazione analoga a quella presentata da Ariosto nell’episodio di Astolfo sulla luna: in questo caso, però, non è l’essere umano ad essere ridimensionato, bensì le sue preoccupazioni e i suoi affanni.

L’esplorazione spaziale assume dunque il compito di educare gli uomini sulla loro reale condizione, di ridimensionare il loro ego, di renderli paradossalmente più umani. Ma è davvero necessario esplorare lo spazio per rendersi conto di tutto ciò? Non credo proprio.

Ilaria Trinchieri