Riflessione di una diplomanda

Con oggi è finito; un capitolo lungo cinque anni, che sono tanto tempo per una vita di diciannove, si chiuderà. Quante volte, nell’ultimo periodo soprattutto, ho desiderato che questo momento arrivasse! Sembrava starmi stretto questo liceo, tante volte fatto di dinamiche ormai ripetitive e di studio fine a se stesso. La prospettiva di passare oltre era allettante: novità e freschezza sembravano aspettarmi giusto al di fuori della scuola.

Eppure no, adesso che sto vivendo l’agognata meta, non sto gioendo. In fondo qualcosa mi blocca, non mi permette di dire che “finalmente mi lascio tutto alle spalle”.

Non mi sono improvvisamente dimenticata di tutti i momenti di tensione con i compagni nè dei mal di pancia prima delle interrogazioni o delle delusioni e neppure del peso delle aspettative, che sempre mi hanno accompagnato in questo tortuoso percorso.

Però nel profondo sento che c’è stato dell’altro, altro che spesso una pessimista come me non ha saputo scorgere dietro alle avversità. Me ne rendo conto dagli sguardi amici che ogni giorno ho la fortuna di incontrare, anche se di sfuggita, dai sorrisi di stima dei professori e dagli sforzi ormai piacevoli per ascoltare con attenzione tutti in classe. Sono queste le mura dentro cui ho raggiunto piano piano, senza quasi accorgermene, ciò che sono più felice e orgogliosa di avere. Perché oltre ai legami veri su cui posso contare, ho trovato qui gli strumenti per capire e affrontare ciò che mi circonda e mi aspetta con consapevolezza.

A questo punto guardo di nuovo al prossimo anno, vedo ancora l’inizio di un’avventura, che però assume sempre più le sembianze di un salto nel vuoto. Da un lato mi elettrizza, voglio buttarmi, ma allo stesso tempo so che non mi basterà lasciarmi cadere, che vorrò di più. Volare sicura e libera, è questo ciò a cui aspiro.

E le ali?

Non credo di averle. Eppure, me ne accorgo ora, se ascolto bene, le sento frullare. Devono essermi cresciute da poco. Oppure solo poco alla volta.

MB