Intervista a Gianmarco Marucchi – dirigente Ascoli

Per il Progetto Ladifferenza Chiara M. intervista Gianmarco Marucchi, dirigente del settore giovanile dell’Ascoli calcio.

Quando hai iniziato a giocare a calcio?

Ho iniziato come tutti i bambini della mia età per strada: avevamo una piazzetta di terra battuta vicino casa dove andavamo appena finita scuola, per restarci fino al calare del sole, inutilmente richiamati dalle grida dei nostri genitori esasperati.

Hai praticato altri sport prima di capire che questa era la tua vera passione?
Ho avuto la fortuna di avere dei genitori che mi hanno sempre incoraggiato ad intraprendere qualsiasi tipo di attività sportiva mi incuriosisse, ho capito solo poi che per loro era importante che io mi divertissi ed apprendessi la disciplina del lavoro che è dietro a qualsiasi tipo di sport o impegno di vita in generale; spesso, però, questo mia propensione ad avvicinarmi alle diverse discipline sportive era mossa principalmente dal desiderio di stare assieme ai miei amici, ma anche della semplice curiosità verso tutte le specificità delle varie discipline che vedevo in TV (attrezzature, abbigliamento, impianti, etc.), ecco dunque che sono riuscito negli anni a fare tennis, basket, nuoto, atletica ed infine il calcio.

Hai mai avuto momenti in cui hai pensato di mollare tutto e smettere di giocare a calcio? Che cosa ti ha motivato a non mollare?

Di momenti bui nella vita in generale, come nello sport, se ne possono ahimè incontrare tanti, tutti apparentemente insormontabili: infortuni, insuccessi, sconforto etc. ti inducono inconsciamente a voler lasciar perdere tutto e guardare altrove, a fuggire per trovare un uscita.
Ecco quello che lo sport insegna a tutti i livelli e che racchiude, secondo me, il più importante valore trasmesso dalla pratica di qualsiasi attività sportiva, è racchiusa in una sola parola, la sfida, una sfida intesa non tanto contro un avversario o un risultato, ma la sfida con se stessi.
Lo sport ha l’incredibile facilità di insegnare a tutti, anche ai più piccoli, che la chiave di tutto è nel lavoro, nella disciplina, nell’applicazione, nel sacrificio, nel non mollare mai…
Ecco che tutta questa formazione, permette a chiunque ne faccia tesoro, di riuscire ad affrontare e vincere qualsiasi tipo di sfida nella vita.

Hai canzoni che ascolti prima delle partite e che ti aiutano a uscire sul campo più “carico”?

Si certo, la musica è fondamentale, serve a dare il giusto ritmo a tutti i diversi momenti/aspetti pre-gara: prima di arrivare allo stadio in bus lascio ai ragazzi libertà di ascoltare ognuno la propria musica, perché secondo me è una scelta personale e privata la selezione del brano che vuoi ascoltare per trovare la giusta concentrazione. Poi però nello spogliatoio con le casse è in genere il capitano a scegliere la musica che tutti assieme bisogna ascoltare, li si crea un momento di comunione e condivisione tra tutti, ci si guarda in faccia prima di scendere in campo, con una colonna sonora comune a tutti che crea maggior unione e attaccamento al gruppo.

Che cosa ti motiva normalmente ad iniziare una nuova stagione?
La sfida, torna sempre lo stesso argomento principale di poco fa.
Al termine della stagione mentalmente sei scarico come una vecchia pila, scarico di idee di motivazione, poi quando si avvicina la ripartenza, si riaccende quel fuoco che ti dice che puoi fare di più, che puoi andare oltre, che le battaglie non sono ancora finite…

C’è qualcosa che ti motiva particolarmente in questo periodo covid?
A me fa riflettere molto ed è di grande motivazione, il fatto che in questo assurdo periodo, tantissime persone meno fortunate di noi, sono chiuse in case o peggio in ospedali, noi possiamo stare al campo all’aria aperta e fare quello che amiamo, credo non serva aggiungere altro.

Sono cambiate le tue abitudini per via del covid?
Ci sono tantissimi regolamenti e protocolli che dobbiamo rispettare per la nostra sicurezza e quella di tutte le persone che ci seguono, ma anche dei nostri cari: questo, inevitabilmente, induce ad avere comportamenti soprattutto nei rapporti del gruppo, meno fisici rispetto ai normali atteggiamenti che al campo si hanno tra giocatori e staff, ma lo spirito e la motivazione sono sempre gli stessi ed è l’unica cosa che conta.

Com’è giocare senza tifosi?
È bruttissimo, il clima è surreale, e la stessa prestazione fisica dei ragazzi ne risente quasi del 25%/30%: senza pubblico, infatti, non c’è ambiente, non c’è motivazione, non c’è sostegno, il silenzio durante la fatica diventa un ulteriore peso da gestire, speriamo ancora per poco.

Chiara